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| Lunedì 23 Gennaio |
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Sentita dal mio ortofrutta di fiducia
– Abbiamo velociraptor bonsai, barattolini di teneri muschi siberiani, spicchi di luna cristallizzati, riproduzioni in scala di missili balistici intercontinentali con fagioli adzuki al posto delle testate nucleari. Abbiamo sogni di gloria ammuffiti, abbracci di circostanza, ragnatele d'autore e piaghe purulenti. E ancora: cielli stellati riflessi in secchi d'acqua dimenticati, armonie evanescenti e spiritelli lunari, calde e lattiginose ninfe delle selve che ti si sfrigolano intorno e non solo.
– ...
– ...
– Frutta? Ne avete?
– No.
– Non avete frutta.
– No.
– ...
– Però...
– Sì?
– ... potremmo riconvertire le ninfe. |
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 | | | Domenica 30 Ottobre |
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La fila
È un giorno come un altro e siamo tutti in fila. Siamo accomunati dalla fila, quello che ci unisce è la fila. Va bene, possono esserci scambi di informazioni, discussioni occasionali, semplici frasi di circostanza. “Oggi è di un bianco che riposa gli occhi”. “Mi chiedo chi mai abbia potuto organizzare una tale messa in scena!”. “Ho sentito dire che...”.
La verità è che la fila ci sovrasta. Domina i nostri pensieri, le nostre vite. “Signore, per quanto tempo ancora?”.
La fila si sviluppa in misura indefinita: non si riesce a scorgerne la fine né tanto meno l’inizio, per quanto ci si sforzi. Questa, almeno, è la mia esperienza.
Una volta un vecchio mi disse: “Stiamo girando in tondo. Stiamo girando intorno a Dio”.
Questo svelerebbe gran parte dei misteri: la fila non ha né inizio né fine. Noi tutti formiamo una circonferenza di cui non ci avvediamo perché oltremodo estesa. Inevitabili divergenze dalla circolarità – queste sono sotto gli occhi di tutti – sarebbero lo specchio delle nostre inquietudini, un omaggio inconsapevole alla perfezione della Deità.
Mi sarebbe piaciuto continuare a parlare di queste cose con il vecchio, ci avrei parlato volentieri, ma quello sparì. Un giorno mi girai e al suo posto c’era un bambino con un palloncino legato al polso, che mi guardava con una certa stolida antipatia. Probabilmente anche lui si aspettava di vedere qualcun altro.
Non che questo debba sorprendere. La fila si trasforma. Quelli che ti precedono, quelli che ti seguono. Tutto cambia, si evolve. |
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 | | | Mercoledì 05 Ottobre |
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Condensato goloso sulla fisica delle civiltà extraterrestri
"Bush baby" è il nome inglese del galagone, una sorta di buffa
scimmietta dagli occhi enormi e le orecchie a sventola.
Una civiltà extraterrestri di un certo livello sta alla nostra
civiltà come noi lo siamo ai bush baby.
Sì perché le civiltà extraterrestri fiche sanno costruire le sonde
di Von Neumann, fenomenali robot autoreplicanti.
Usando sonde di Von Neumann sarebbe teoricamente possibile esplorare
una galassia che si estende per centomila anni luce alla ricerca di
mondi abitabili in solo mezzo milione di anni.
Mezzo milione di anni.
Ma non devono spaventare perché una civiltà in grado di costruire
sonde di Von Neumann si presume abbia risolto una buona volta il
problema della morte. E della penuria di appartamenti in affitto.
Qualcuno ha pensato che si potrebbero addirittura seppellire le
sonde sulle lune di quei pianeti promettenti, quelli cioè che
ospitano forme di vita agli albori del loro percorso evolutivo.
Dopo qualche milennio di paziente attesa la sonda potrebbe essere
attivata, quando cioè la civiltà si sia evoluta abbastanza da avere
i mezzi per stabilire una colonia sulla propria luna.
Sì, il coso di 2001: Odissea nello spazio era una sonda di Von
Neumann.
A dirla tutta erano state girate scene del film tese a decantare i
vantaggi delle sonde di Von Neumann nelle attività legate
all'esplorazione dello spazio.
Ma furono tagliate all'ultimo minuto, per paura che il film potesse
diventare palloso e didascalico.
Per cui ora ci ritroviamo un coso nero sulla luna e tutti gli omini
intorno che fanno "Oooh" senza nessuno che si degni di spiegarci
a che accidenti serve.
Non è finita. La nanotecnologia porterà a risultati strabilianti
nella realizzazione delle sonde di Von Neumann.
In questo stesso momento una sonda di Von Neumann dalle dimensioni
di qualche decina di atomi potrebbe svolazzarvi davanti,
completamente invisibile. Certo, magari la fate fuori con uno
starnuto. Ma vuoi mettere.
Ah, SETI non serve a niente. Per cui se speravate di essere i primi
a captare una trasmissione radio di una qualche civiltà
extraterrestre scordatevelo.
SETI ascolta su un insieme limitato di frequenze radio,
veromisilmente emesse da una civiltà extraterrestre che si è
arrestata al nostro stesso stadio evolutivo.
Infatti gli alieni fichi sanno bene che trasmettere su una sola
frequenza nello spazio rende la comunicazione pressoché inutile, a
causa dei disturbi elettromagnetici presenti nello spazio profondo.
È per questo che hanno mandato uno di loro a spiegarci la
trasformata di Fourier.
Ma noi niente. Ci ostiniamo ad ascoltare ronzii sensa senso pronti a
balzare dalla sedia alle prime note di "Good morning Via Lattea"
mentre la galassia pullula di messaggi alieni ad ampio spettro.
Storie, direte, quand'anche gli alieni esistessero impiegherebbero
milioni di anni per raggiungerci, considerate le distanze cosmiche
in gioco.
Eh no! Perché le civiltà extraterrestri di un certo livello possono
permettersi di raggiungere senza troppi problemi la leggendaria
energia di Planck, con i loro fantastici macchinari.
Per chi non lo sapesse l'energia di Planck è quella che si sviluppa
al centro dei buchi neri. E durante il Big Bang.
E vuoi che gli alieni non abbiano studiato abbastanza la teoria
delle superstringhe e della gravità quantica per tirar fuori buchi
neri da laboratorio con i quali realizzare i loro telepass spaziali?
Niente più code agli stargate.
Va be', per farla breve gli alieni sono tra noi e la teoria M è la
mamma di tutte le superstringhe.
(Ma magari siete interessati all'articolo serio allora potete leggere qua.) |
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 | | | Lunedì 29 Agosto |
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Alcuni possibili nuovi soggetti per la pubblicità del delfino curioso
Criceto giocoso
Scimietta viziosa
Gorilla focoso
Serpente morboso
Medusa gommosa
Koala pacioccoso
Tigre Reale del Bengala vanitosa |
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 | | | Mercoledì 24 Agosto |
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La foresta
Trovo su internet un mp3 con la registrazione della natura, con gli
uccellini, il vento tra le foglie e tutto. Lo trasferisco sull'ipod e
me ne vado in giro per il centro con le cuffie nelle orecchie. La
città è la mia foresta: i lampioni, i semafori, i segnali stradali
sono alberi, i palazzi montagne, le macchine elefanti, le persone
animali. Ci sono orsi, gazzelle, giraffe, piccole iene e scimmie
urlatrici, c'è anche una tigre albina. Ho sete. Voglio un laghetto,
uno di quei laghetti dove i cerbiatti vanno a bere, con i coccodrilli
in agguato sotto il pelo dell'acqua, con i leoni che fanno finta di
dormire, con l'ippopotamo che sbuffa e spaventa un po' tutti, ma è un
buon diavolo. Voglio un laghetto per fare conoscenza con i cerbiatti,
per bere un po' d'acqua. M'infilo in un caffè e mi siedo a un
tavolino. Mi guardo in giro per stanare i coccodrilli. Arriva il
cameriere, non dice niente, mi guarda. Fermo l'ipod, gli dico che
voglio un'acqua e un po' di frutta. Mi dice frutta non ne ho, posso
darti una macedonia, va bene una macedonia? Gli dico sì e premo
play. Sento il vento tra le foglie, sento gli uccellini. Questo è il mio
laghetto. Qui aspetterò il mio cerbiatto. |
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 | | | Venerdì 08 Luglio |
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Mi scrive un lettore
Caro stewie,
mi chiamo Federico Toscani e, per quanto ne dica il mio cognome, non vengo dalle nobili plaghe di Dante e Botticelli bensì da un adusto borgo del tarantino, cullato dal sole trecento e venticinque giorni l'anno, tanto che persino le lucertole delle regioni vicine vengono a svernarvi, quando tutt'intorno nevica e gelan le pietre.
D'aspetto sono scuro, la natura, la terra, Dio, mi han dotato di una scorza impenetrabile e nulla possono contro di me i letali tentacoli solari, che in sì gran numero soffocano altrove.
Verdi gli occhi, come due gemme, neri come il mistero i capelli, che porto cortissimi a esaltare la perfetta foggia del mio cranio.
Non poche massaie si sono nel tempo innamorate di me, in tal modo recando fortunati profitti a Beppe, padrone della bottega dove finora ho lavorato come unico garzone.
Del lavoro son soddisfatto, al mattino indosso con fierezza il mio grembiule verde — che per me è come una divisa — e corro ad aprir bottega. Quantunque ci sia ancora da albeggiare, solitamente un chiassoso crocchio di signore in grembiule s'è già radunato davanti al negozio, in mia attesa.
«Buongiorno Ricuzzo,» sono solite apostrofarmi in coro. Ricuzzo è il mio nomignolo da ragazzo che ancora mi si crosta addosso, nonostante i miei ventidue anni.
«Buongiorno signora Ceresa, buongiorno signora Malena, buongiorno signora Abbagnati,» rispondo io, un sorriso per ognuna, mentre sollevo la saracinesca. E quantunque paia che io non ci badi, m'avvedo benissimo delle loro piaggerie, sussurrate da un orecchio all'altro, spesso lodi per il mio corpo, le mie braccia, le mie spalle, il mio... be', forse è meglio che di questo taccia.
Molte di esse tornano più volte, durante il giorno, per via di certe loro difficoltà nel ricordarsi di tutto ciò di cui han bisogno, e, se il caso le vuole sole nel negozio, s'attardano a cicalare finché qualcun altro entri.
Alcune vogliono che vada a conoscere le proprie figlie, sebbene io in paese conosca già tutti — siamo in mille se va bene, figuratevi.
«Vedessi come s'è fatta bella!» allora dicono, «cresciuta sotto un fiore,» aggiungono, per invogliarmi. Ma io non voglio andare, non m'interessa prendere moglie in paese: io voglio andare in città, voglio imbarcarmi su una nave, una nave da guerra, voglio sbarcare in porti lontani, imparare lingue sconosciute e vivere avventure come quelle dei libri. Questo voglio.
Ma a loro, alle massaie, non lo dico.
Altre, e queste di solito sono vedove o zitelle, mi supplicano di andare da loro a riparare il tetto, a imbiancare un muro, a cambiare una serratura. Ma, le volte che mi presento con gli attrezzi in mano, l'urgenza che prima in bottega sembrava così grave ora s'è schiarita fin quasi a scomparire.
«Oh, al tetto ci penserai un'altra volta, tanto non piove mai,» dicono in quei frangenti, «siediti! Accomodati! Che fai lì in piedi! Posa quegli attrezzi! Ti faccio il caffè! Prendi i tarallini!»
E solitamente in questi casi ti si appendono col cicaleccio su quanto sono sole o su quanto sia difficile tirare a campare con la pensione di guerra eccetera. Sicché senza indugi consiglio loro di parlare col ministro, come noi chiamiamo il nostro sindaco o con Don Leonello, il parroco, ché io non posso far più di tanto per aiutarle.
«Sì che puoi, oh sì che puoi,» dicono loro a mezza voce, la tazzina vuota in mano, lo sguardo ammaliato da una delle mattonelle sul pavimento, e io capisco che quello è il momento di svignarsela, ché di soldi qui non c'è neanche l'ombra: ringrazio in fretta per il caffè, raccolgo i miei attrezzi e prendo commiato.
«Ricuzzo!» dicono quelle, come destate all'improvviso, e tanto appare disperato quel grido che io accelero prontamente il passo e senza voltarmi saluto per l'ultima volta.
Fuori la luce m'inonda, le rondini garriscono nel cielo serale, i bambini strillano nei loro ultimi giochi, prima d'essere chiamati a casa per la cena, e io mi metto a correre, felice come se fossi libero da ogni peso.
A presto,
Ricuzzo
***
Caro stewie,
credo di doverti delle scuse: ti ho raccontato un mucchio di frottole. Non mi chiamo Ricuzzo, non abito in un soleggiato tugurio del tarantino né tanto meno vengo quotidianamente venerato da orde raccogliticce di attempate signore in grembiule.
In realtà sono un frigorifero.
Sì, proprio uno di quei monoliti bianchi, comuni ormai a tutte le cucine del mondo civilizzato. Fabbricante del freddo. Depositario di principi vitali. Dispensa della modernità.
Sono un normale frigorifero a due sportelli di marca nemmeno tanto conosciuta.
Non sono un frigorifero fico. Non ho il dispenser per i cubetti di ghiaccio, non ho programmi personalizzati per la conservazione del cibo etnico, mi limito a fare il lavoro per cui sono stato costruito: mantenere al mio interno una temperatura il più possibile costante.
Ehi, adesso che ci penso, non trovi che questa sia una sorprendente somiglianza col funzionamento di voi umani? Dopotutto anche voi avete una temperatura interna che cercate di mantenere costante con buffi artifizi tipo colbacchi o maleodoranti sudorazioni.
Ora che sappiamo di avere questo importante lato in comune credi che
potremmo diventare amici?
A presto,
Nf9225e |
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 | | | Lunedì 25 Aprile |
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Dal diario di Jean-Luc Mathieu
11 Aprile 2005
È successo di nuovo. Ero in cucina e stavo passando in rassegna il contenuto del frigorifero cercando di elaborare possibili scenari per la cena quando all'improvviso il vasetto di marmellata ai frutti di bosco ha cominciato a sciogliersi e a colare pigramente attraverso la griglia di separazione. Subito dopo è toccato al tubetto accartocciato di maionese e a un grappolo di pomodori raggrinziti. Il processo si è esteso rapidamente a tutto il resto e poi al frigorifero stesso. Sono rimasto impietrito mentre il terrore mi si diffondeva istantaneamente nelle vene. Ogni volta è come la prima volta: non credo che riuscirò mai ad abituarmi. Quando tutta la cucina si è ridotta a una pozzetta di liquame nauseabondo ho avuto la certezza che la visione stava per arrivare. Che cosa mi aspettava questa volta? Il cavallo scuro con gli occhi d'inferno? o gli uomini senza volto? Ma il nulla ha cominciato a tremolare in modo innaturale e allora ho saputo che era lei. La bestia trasparente. Fra tutte, la bestia trasparente è in assoluto la visione più agghiacciante. Quando i lineamenti del suo volto deforme hanno cominciato a delinearsi nelle pieghe immateriali della mia paura sono svenuto. Non ci riesco. Non riesco a sopportare tanto orrore. Mi sono svegliato sul pavimento della cucina, il frigorifero era aperto e il compressore gli faceva fare un baccano del diavolo. Non posso andare avanti così.
12 Aprile 2005
Ero a casa di Yuki quando è successo. Mi stava mostrando le foto dell'estate scorsa quando il suo naso ha preso a sciogliersi e a colarle lungo il collo. È stato terribile. Speravo che il resto mi fosse risparmiato, non riesco a sopportare quando succede con le persone. Gli occhi, ti accorgi che gli occhi si stanno sciogliendo quando un rivoletto biancastro si aggiunge alla colata principale, senza mescolarsi. A volte mi chiedo che cosa pensano gli altri quando io li vedo sciogliersi davanti a me. Mi chiedo se sanno che l'espressione di puro terrore che mi sbarra gli occhi in quegli istanti è frutto della consapevolezza che la visione sta per arrivare. Mi sono svegliato sul suo letto e la prima cosa che ho visto è stato il suo volto che mi guardava triste. Questa è la terza volta che succede da lei. Credo che la storiella del calo di pressione ormai non regga più. Mi ha chiesto se mi sentissi meglio e al mio cenno di assenso mi ha offerto senza troppa convinzione di riaccompagnarmi a casa. Le ho detto che ce l'avrei fatta da solo e me ne sono andato. Non mi chiamerà più.
13 Aprile 2005
Oggi ho raccontato al dottor Lorentz delle ultime visioni. Mi ha ascoltato con quella sua serena gravità di sempre, annuendo di tanto in tanto, le mani intrecciate davanti a sé. Il dottor Lorentz ha un grosso neo sullo zigomo dal quale spuntano alcuni peli neri che lui si taglia con cura. Ho fissato quel neo un mucchio di volte nelle ultime settimane, ma non si era mai liquefatto prima. L'ho visto gorgogliare per un attimo e poi rigargli la guancia lasciandosi dietro come una bava schiumosa. Il dottor Lorentz ha lasciato presto il posto a quell'immondo cavallo nero e io sono svenuto lì nel suo studio e probabilmente mi sono accasciato sulla scrivania perché al mio risveglio il portapenne era caduto e tutte le matite Roche erano rotolate via. Il dottor Lorentz ha detto di sospendere il Diazepam e di passare al Symbyax. Cominciamo con venti milligrammi al giorno, ha detto firmando la ricetta.
14 Aprile 2005
Oggi è stato il primo giorno col Symbyax. L'ho preso questa mattina, prima di uscire. Ho preso anche uno Diazepan, tanto per essere sicuri. Ho pensato che così sarei stato a posto per tutto il giorno. E quando a casa, questa sera, mi sono allungato sul letto e ho ripensato alla giornata, di come tutto fosse andato bene, di come non avessi pensato alla bestia trasparente né ai cadaveri senza volto né a quel maledetto cavallo nero, per la prima volta da non so quanto tempo mi sono sentito fiducioso. Ho pensato che questo sarebbe potuto essere il primo giorno di una nuova vita. Una vita normale. Ho pensato a Yuki, ho pensato che avrei potuto fermarla, a lezione, e dirle che non doveva avere più paura di me, che ero cambiato. Stavo pensando a questo, allungato sul mio letto, quando il soffitto ha cominciato a gocciolarmi addosso. Ho visto quella goccia che mi cadeva addosso come al rallentatore, mi è caduta addosso e io mi sono sollevato su un gomito a guardarmi la pancia sperando con tutto me stesso che non ci fosse niente. Ma quella schiuma bianca era lì e mi stava bucando la felpa e poi altre gocce sono venute giù dal soffitto e io non avevo forze per scappare e ho lasciato che mi bucassero dappertutto, mi sono gettato all’indietro sul letto e mi sono rassegnato mentre il soffitto mi si squagliava sopra. Mi ha svegliato la suoneria del telefonino. Era mia mamma. Mi ha chiesto se stessi bene e se avessi bisogno di qualcosa. Le ho detto che non ho bisogno di niente.
15 Aprile 2005
Devo ricordarmi che è del tutto normale che un gelato possa sciogliersi. Ero seduto sul muretto esterno di fronte alla caffetteria e stavo leggendo Tokyo Blues quando Olivia si è venuta a sedere vicino a me. Aveva un gelato in mano, uno di quei coni da un euro. Ha cominciato a blaterare qualcosa a proposito della prova di venerdì prossimo e io ero piuttosto seccato perché in tutta onestà il mio libro è molto più interessante dei discorsi di Olivia e stavo a malapena a sentirla quando qualcosa ha concentrato all'istante tutte le mie attenzioni: un rivolo di gelato si stava facendo strada tra i solchi di quel suo dannato cono e io ho sentito freddo dentro di me e ho pensato è finita è tutto inutile e una goccia di gelato le è caduta su una gamba e io mi aspettavo, ero sicuro che le avrebbe bucato i pantaloni e stavo lì impietrito a guardarle la gamba quando lei ha detto scheiss! e poi mi ha chiesto se avevo un fazzoletto e io ho detto sì senza smettere di guardarle la gamba e poi mi sono messo a ridere e lei ha detto non c'è niente da ridere cretino me lo dai questo fazzoletto o no? e io ero così felice che le ho dato tutto il pacchetto. Per il resto è andato tutto bene, che il Symbyax cominci a fare effetto? Sto per posare la penna e il quaderno, poi spegnerò la luce e lascerò che la delicata tenebra notturna mi avvolga nell'oblio. Ho paura. |
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 | | | Martedì 15 Marzo |
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Gli M&M's che mi piacciono di più ordinati per gusto e colore
Gusto
1. Marrone
2. Giallo
3. Rosso
4. Verde, Blu (pari merito)
Colore
1. Blu
2. Rosso
3. Verde
4. Giallo
5. Marrone
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 | | | Lunedì 14 Marzo |
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Credo di essermi appena reciso un dito
Sangue. Sangue dappertutto: sangue sul tagliere, dove fino a qualche minuto fa stavo cercando di ridurre a cubetti quel dannato pezzo semi surgelato di Grana Padano, sangue sulle piastrelle della cucina, sangue sui fornelli, sugli strofinacci, perfino sul gatto che terrorizzato dalle urla si è rintanato nell'intercapedine tra il muro e il frigo, da dove ora mi osserva con la stessa aria di chi ha appena sorpreso la propria madre nell'atto di mangiare un pipistrello.
Sangue sui pantaloni, sangue nel lavandino, sangue dentro e fuori il mini chopper dove sospetto che il dito possa essere caduto dopo la recisione: quella poltiglia ripugnante potrebbe effettivamente contenere i rimasugli del dito, quantunque non possa affermarlo con certezza, non ho infatti prestato particolare attenzione alla traiettoria del dito dopo la recisione, preso com'ero da ben altre contingenze e inoltre non posso escludere che nella turbinosa sequenza di eventi che ha seguito la recisione io non abbia azionato il mini chopper per errore, non ricordo di averlo fatto né tanto meno di essermi accertato, prima di farlo, se vi fosse accidentalmente finito il dito, anche se devo ammettere che a sostegno di questa ipotesi c'è il fatto che non riesco a trovare il mio dito da nessun'altra parte.
Ritrovamento che mi renderebbe oltremodo felice: credo che potrebbero riattaccarmelo, o almeno è così che funziona in televisione, dove c'è sempre qualcuno — l'amico, il genitore, il poliziotto — che con premurosa consapevolezza infila il dito e alcuni cubetti di ghiaccio in una di quelle bustine per congelare gli alimenti e la consegna al paramedico di turno... d'altra parte non sono nemmeno troppo sicuro di avere del ghiaccio pronto da infilare nella bustina insieme al dito: siamo in pieno inverno, non saprei che farmene del ghiaccio e del resto chi avrebbe mai pensato che un giorno mi sarei potuto recidere un dito, chissà, forse potrei infilarlo in una confezione di surgelati, credo di avere ancora una mezza busta di paella da qualche parte in congelatore, certo la cosa avrebbe un che di ridicolo, già mi immagino lo sguardo incredulo del chirurgo quando il paramedico gli consegnerà la busta di paella surgelata con dentro il dito e la successiva scena del recupero del dito, con tutto lo staff del primo intervento intento a rovistare il contenuto della busta riversato sulla barella, tra falsi ritrovamenti ("no, dottore, quello credo sia un tentacolo") e risolini soffocati delle infermiere... be', per facilitare loro le cose potrei infilare il dito in una bustina da infilare a sua volta nella confezione di paella, in questo caso nessuno, a meno di un primo sconcerto iniziale, avrebbe di che lamentarsi, ma suppongo sia il caso di rimandare a dopo questo tipo di problemi.
Insomma, tornando al tema che più mi preme sviscerare in questo momento, ovvero l'attuale locazione spaziale del mio dito reciso, sento che dovrei in qualche modo passare in rassegna il contenuto del mini chopper alla ricerca di resti che possano inequivocabilmente identificare il dito, non so, l'unghia o frammenti d'osso o che so io, compito che mi attardo a eseguire per due motivi, fondamentalmente, a) se anche analizzando il contenuto del mini chopper vi trovassi prova che il mio dito è stato effettivamente sminuzzato dallo stesso non credo che reggerei l'impatto della conseguente onda emotiva, quella cioè derivante dalla consapevolezza che il dito, ormai sminuzzato, non mi potrà mai più essere riattaccato, b) il potere sminuzzante del mini chopper mi è fin troppo noto e dubito che una volta messo in moto possa aver lasciato traccia del mio dito, e ora che ci penso il motivo b) appare piuttosto debole rispetto al motivo a), come se fosse stato pensato all'unico scopo di offrire una fumosa scappatoia argomentativa di fronte all'imponente superiorità concettuale del motivo a): il classico palloncino colorato con il quale sorvolare il lago di lava bollente, il tappo di sughero per tamponare una falla in un sottomarino nucleare, il coltellino svizzero con cui fronteggiare l'invasione aliena, e continuerei molto volentieri a sfornare nuove sorprendenti metafore ad effetto ma sto perdendo una quantità inquietante di sangue, ho già finito un rotolo di scottex e il secondo, l'ultimo, è quasi agli sgoccioli, magari sarebbe il caso di chiamare qualcuno, il vicino o un'ambulanza o... ehi... EHI! STUPIDO GATTO! LASCIA QUEL DITO! EHI! DOVE SCAPPI! EHI!... micio micio micio vieni qui micio micetto... NO! NON FARLO!... oh porc |
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 | | | Martedì 01 Marzo |
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Possibili manovre acrobatiche per petroliere
Stop'n'Go.
Virata di 15 gradi a destra
Virata di 15 gradi a sinistra |
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 | | | Mercoledì 05 Gennaio |
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Regali
La cassiera del mio ortofrutta di fiducia afferma che le sue giornate
«scivolano via lente e limacciose come un vecchio fiume cinese».
Le ho comprato un bowling. |
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 | | | Lunedì 20 Dicembre |
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Nel mio tempo libero
Mi diletto nel mettere sotto sale le autobiografie degli arcangeli. |
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 | | | Martedì 02 Novembre |
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La visione
Non tutto il male viene per nuocere. È quello che ti dicono in occasioni del genere. E di solito aggiungono: ciò che non ti distrugge ti rafforza. Devi trovare una visione.
Dicono visione con la v solenne, voltando lo sguardo insondabile verso la finestra buia che giustappunto si spalanca, sopraffatta dalle forze della natura, dal vento, dal buio, dalla tempesta.
Questa però non è la storia della finestra, né del vento, né delle foglie morte. Questa è la storia di Yuki, ex-campionessa di Puzzle Bubble.
Puzzle Bubble è quel videogioco in cui i draghetti di Bubble Bobble devono affiancare tre o più bolle dello stesso colore così da farle scoppiare; liberando l’area di gioco da tutte le bolle presenti si passa al quadro successivo.
Yuki, campionessa di Puzzle Bubble per due anni consecutivi, stava facendo il bagno nel suo monolocale, all’angolo tra la Friedrich-Ebert-Straße e Gastfeldstraße. I lunghi capelli neri raccolti sopra la nuca, Yuki si stava strofinando una gamba con una spugna imbevuta di essenze all’eucalipto, mentre l’altra gamba restava semisommersa sotto lo strato agonizzante di schiuma bianca, in attesa del proprio turno.
Un’incerta luce bluastra, frutto di un’insegna luminosa al di là della finestra, illuminava fiocamente l’ambiente. A Yuki piaceva quell’atmosfera raccolta, i rumori del traffico serale in lontananza, la sensazione di calore, di benessere, di astrazione che il bagno le procurava.
La porta socchiusa del bagno si aprì di qualche grado, cigolando lievemente.
— Danny, — disse Yuki, poco sorpresa da quell’intrusione, — Danny, piccolo, vieni a farti il bagno con me.
Danny avanzò di qualche passo, si voltò verso la finestra illuminata, la contemplò per qualche istante, poi con uno scatto inopinato saltò sul davanzale, si mise comodo e cominciò a leccarsi le zampe.
— Non sai che ti perdi, — disse Yuki, passando a occuparsi dell’altra gamba, e il suo pensiero tornò al giorno della sua sconfitta.
Il torneo di Puzzle Bubble era durato due settimane. Yuki aveva messo a segno una serie travolgente di vittorie: nessuno, tra i partecipanti, sembrava poter minacciare seriamente la sua corsa al titolo e la finale le era apparsa come una pura formalità.
L’imprevisto, che sempre si insinua nei grandi eventi della vita, si era impersonificato quel giorno in un ragazzo francese di nome Jean-Luc Mathieu, suo compagno di corso nonché sfidante al titolo di campione.
Jean-Luc Mathieu era giunto in finale senza particolari squilli di tromba eppure era stato in grado di infliggere a Yuki due sconfitte consecutive, sufficienti a valergli il titolo: era il nuovo campione di Puzzle Bubble.
— Conosci il tuo nemico, — le aveva detto al termine dell’incontro.
— Eh? — aveva risposto Yuki, ancora intontita per la disfatta.
— Devi far credere al tuo avversario di non essere alla sua altezza e poi usare tutta la tua forza distruttiva quando meno se lo aspetta.
Yuki lo aveva fissato incredula.
— Non te la prendere, — aveva ripreso Jean-Luc Mathieu, facendo per posarle una mano sulla spalla, — non tutto il male viene per n—
In quell’istante Yuki aveva fatto partire un formidabile destro che aveva colpito Jean-Luc Mathieu in pieno viso, scaraventandolo contro il tavolo da gioco. Jean-Luc Mathieu aveva cominciato a perdere una quantità impressionante di sangue dal naso mentre Yuki inveiva contro di lui con parole che non possono essere ripetute, poi era uscita e si era avviata verso casa, lasciandosi alle spalle lo stupore generale.
Una volta a casa aveva infilato la mano ancora dolente tra due confezioni di paella surgelata e telefonato al padre per raccontargli l’accaduto. Il padre non si era mostrato né addolorato né condiscendente.
— Devi trovare una visione, Yuki, — le aveva detto dopo aver ascoltato tutto in silenzio, poi, forse, si era addormentato al telefono perché non aveva detto più niente. (A Sapporo, in Giappone, erano le quattro del mattino.)
Quello era stato il giorno della sua sconfitta.
Yuki finì di passarsi la spugna tra le dita del piede a mezz’aria, quindi tornò a immergere la gamba nella vasca, poi, preso un bel respiro, si lasciò scivolare sott’acqua. Le ginocchia emersero presto tra i flutti schiumosi, come due pallidi isolotti tropicali.
Nell’oscurità, nel silenzio, avvolta dal calore obnubilante dell’acqua profumata: fu allora che Yuki trovò la sua visione. Vide il giardino della casa del padre, nei sobborghi residenziali di Sapporo; era notte, ma l’assenza di luce non pregiudicava la visione delle cose. Vide le felci rampicanti sul muretto divisorio; vide, nell’angolo più lontano, l’albero di ciliegio in fiore e tutt’intorno l’aiuola di fiori bianchi e luminosi, forse margherite; vide il manto erboso ben tenuto e l’uomo che accovacciato svolgeva un lavoro da giardino, dandole le spalle. Yuki si avvicinò credendolo il padre ma quegli si voltò e non era il padre, era Jean-Luc Mathieu che ora la guardava senza espressione. Aveva una paletta da giardiniere in mano e davanti a sé un mucchietto smosso di terra. — Ne faremo un altro, vero? — le disse infine.
Yuki si tirò su all'istante, ispirando come qualcuno a cui sia data l’ultima opportunità di riempirsi d’aria i polmoni. Danny, spaventato e offeso, saltò giù dal davanzale e s’incamminò fuori dal bagno a passi decisi.
Nell’aria satura di vapore, Yuki uscì sgocciolante dalla vasca, si avvolse il corpo tremante con un telo da bagno e i capelli con un altro asciugamano, andò in soggiorno e consultò concitatamente la rubrica telefonica. Danny le si avvicinò trotterellando e prese a mordicchiarle le dita dei piedi bagnati. Yuki trovò il numero che cercava, lo compose sulla tastiera del telefono, rimase in attesa per qualche istante, poi disse:
— Jean-Luc Mathieu? Yuki. Devo vederti. |
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 | | | Domenica 19 Settembre |
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La mia notte bianca
— Al limite! — esclamò il re, scandalizzato, — al limite, dite, voi che di tanta gloria vi beffate, ma che per uno sgabello a corte sareste pronto a sacrificare la mia cavalleria!
Il vessillo reale sventolava lontano sulla torre metallica, libero, nel rossore crepuscolare. «Per quanto tempo ancora?» pensò il re, adombrandosi, «ch'io abbia tosto ad arretrare davanti alla minaccia d'un vile pedone? Ahi, lasso me! Quel Lord Beotian! Il demonio lo consiglia!»
— Ebbene, — riprese il re con tono risoluto, voltandosi verso il capo della guardia, che, l'elmo in mano, teneva gli occhi chini sul nudo assito, in quiete attesa — domani stesso sarete al campo, conducete con voi il mio alfiere... no! portate piuttosto la... la regina, sì, la regina, — la voce del re ebbe un fremito, — Dio solo sa quanto sia stimata dalle truppe. Sì! Ella saprà trarci d'impaccio. Andate ora.
Il capo della guardia fece per rimettersi l'elmo in testa quando un messo reale si precipitò trafelato nel salotto, il volto contratto in una smorfia di profonda costernazione.
— Sire! — disse.
— Che v'è ancora? Che succede? — chiese il re al nuovo venuto.
— Sire! È Au!
Il re, appoggiandosi al tavolo con entrambe le braccia, sfinito nell'aspetto e nello spirito, chinò il capo, scuotendolo rassegnato.
— Au, — mormorò infine, perplesso.
— Chiede se vogliamo altre patatine! — riprese il messo, con rinnovato vigore, — dice anche che se avesse saputo che ci saremmo annoiati al punto da metterci a giocare a scacchi non ci avrebbe invitati e che se vogliamo possiamo andarcene alla notte bianca ché siamo ancora in tempo e che scusate tanto se sono stanca e vorrei vedere voi da quando sono arrivata qui non mi sono fermata un attimo e insomma fate come vi pare c'è del salame in frigo e le olive e io me ne vado a giocare a Monkey Island. |
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 | | | Giovedì 16 Settembre |
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Grasse tentazioni
Non ho resistito: ho preso il menù ipercalorico.
Le patatine fritte trasudavano maionese di per sé. |
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